27 aprile 2017

Orfani bianchi

Orfani Bianchi è l'ultimo libro di Antonio Manzini, di cui ammetto di non aver mai letto nulla.
Nonostante la recensione della Lettrice rampante fosse abbastanza critica ho deciso di leggerlo ugualmente.

Il rapporto tra le badanti e i loro bambini che restano a casa è un tema con cui mi sono confrontata parecchie volte, sia per questioni personali che come tema di studio.
Durante uno stage avevo anche preso parte ad un progetto di alfabetizzazione informatica di alcune mamme badanti, che a fine anno avrebbe permesso loro di vedere tramite skype lo spettacolo teatrale della scuola in Romania frequentata dai loro figli, gli orfani bianchi per l'appunto.
Difficilmente scorderò la tenerezza del gesto di una signora che per l'occasione si era vestita di tutto punto e qualche minuto prima del collegamento quasi tremando per l'emozione aveva estratto dalla borsa un pettinino per darsi l'ultima sistemata.

Forse leggendo le vicende di Mirta, emigrata dalla Moldavia dove ha lasciato un ragazzetto ai genitori, ho fatto tanta fatica perché il volto di Mirta diventava di volta quello di donne che conosco e ho conosciuto. In alcuni momenti non riuscivo a leggerne più di qualche pagina per volta perché mi prendeva una grandissima angoscia.

Quindi Orfani bianchi ha due grandissimi pregi: parla di un tema molto attuale e lo fa in una maniera molto coinvolgente.

I difetti sono però altrettanto grandi e sono gli stessi individuati dalla Lettrice rampante (magari la prossima volta che sconsigli un libro Elisa ti darò retta!)!
Il primo è di descrivere i personaggi secondari con pochissime sfumature: le famiglie per cui lavora Mirta sono tutte sempre poco attente ai suoi bisogni e a quelle del loro anziano parente. Non so se è spesso così, ma son sicura al 100% che non sia sempre così. Affidare un proprio parente anziano ad un'estranea spesso è l'ultima possibilità possibile per permettergli di vivere in casa sua e non lo si fa alla leggera.
Il secondo è che il finale è davvero troppo frettoloso: nel giro di poche pagine tutto precipita, come intuibile dalla piega che aveva preso la situazione. Restano un sacco di questioni aperte e davvero poca speranza per un mondo fatto in questa maniera.

A me non ha entusiasmato, ma ha fatto comunque riflettere.
Può essere che in futuro mi metta a cercare altri romanzi a tema simile, ma per ora necessito di qualcosa di più leggero!

24 aprile 2017

L'altro volto della speranza

L'altro volto della speranza racconta di due storie di fuga molto differenti tra loro, ma destinate ad incrociarsi.

Un uomo finlandese sembrerebbe avere la classica crisi di mezza età: molla la moglie ubriacona, un lavoro poco soddisfacente e decide di ricominciare da zero comprando un ristorante.
Compresa nel prezzo c'è una piccola squadra che promette fin da subito di regalare più di un sorriso per quanto siano improbabili.
Parallelamente seguiamo anche la storia di Khaled, giunto in Finlandia  perché é scappato da Aleppo dopo che la sua casa e la sua famiglia sono stati bombardati da chissenefregachi (i russi, gli americani, l'isis o boh). Khaled fa la domanda per avere l'asilo politico ma gli viene negata.
Nel momento in cui è un clandestino incontrerà le due facce dell'Europa: quella della solidarietà tra persone in difficoltà e quella della destra xenofaba che accerchia il più debole.

Questo film stramerita di essere visto:

  •  in giorni come questo per tenere gli ccchi bene aperti quando risuona minaccioso il vento delle destre pericolose ;
  • perché tratta di un tema estremamente attuale come quello del diritto di asilo e la gestione dei profughi;
  • perché non è facile parlare di violenza e far sorridere insieme: Kaurimaski ci riesce benissimo!

15 aprile 2017

Titanic - la mostra a Torino

Se a fine anni '90 eravate delle ragazzine, probabilmente Leonardo Di Caprio ha segnato la vostra adolescenza.
Io in quegli anni ho visto Titanic un numero di volte che credo non mi bastino le dita delle mani e dei piedi per contarle. E ho sempre pianto con i singhiozzi, sempre.

Quando ho scoperto che a Torino c'era una mostra sul Titanic non ho nemmeno provato a resistere e ho organizzato una visita con le amiche
Se passate da Torino fino al 25 giugno, vi consiglio vivamente di mettere in programma una visita a questa mostra che ormai da anni fa il giro del mondo e per la prima volta arriva in Italia.

La mostra del Titanic a Torino porta con sè molti oggetti, dalle eliche della nave ad i diversi servizi di stoviglie ed ai vestiti ritrovati nelle valigie (per saperne di più vi consiglio di visitare il Blog di Roberta che ha fatto un post davvero dettagliato di quello che è esposto nella mostra).

Tutti gli oggetti raccontano nel loro piccolo un po' di quotidianità di quei tempi, ma quello che mi ha davvero colpito sono state le storie dei passeggeri che quasi per caso erano finiti sul Titanic (proprio come il "mio" Jack Dawson), quelli che sognavano il viaggio sulla nave più lussuosa di sempre, quelli che cercavano un futuro diverso ed avevano nelle loro valigie gli strumenti di un mestiere e quelli che hanno vissuto il resto della loro vita consci di essere sopravvissuti ad una tragedia immane.

Durante il percorso troverete la ricostruzione delle cabine delle diverse classi, accompagnati da musiche differenti che aiutano a ricostruire l'atmosfera che si viveva nelle diverse classi.
Quando si attraversa il corridoio della prima classe fa davvero effetto perché si ha l'impressione di non essere ad una mostra ma di stare davvero sulla nave,
Scendendo la musica lascia spazio al rumore dei motori della stiva e le stanze da solari ed illuminate diventano sempre più scure.

Piccola nota dolente: sulle bacheche che accompagnano i pezzi esposti ogni tanto ci sono degli errori ortografici/grammaticali e secondo me è inaccettabile in un contesto come questo!
Ed anche la tanto pubblicizzata stanza con l'iceberg non è niente di che.

A parte questo dettaglio, la mostra è davvero imperdibile e merita di dedicarci un pomeriggio!


11 aprile 2017

Cartolina da Genova

Mi piace raccontare i miei viaggetti con gli stati (quelli vecchi!) di whatsapp.
Mi piace con un'occhiata avere davanti l'intero riassunto di una vacanza.

Sono stata a Genova questo fine settimana: non ho fatto la turista-maestrina come piace solitamente a me. Niente guida alla mano e percorso studiato per non perdersi nulla.
Ho semplicemente gironzolato per le sue viuzze =scarpinato su e giù per i carrugi.
E' una città che stupisce per quanto si sviluppi in altezza e per quanto stretti siano tutti quei vicoli.
Stupisce ancora di più chi fino a quel momento l'ha vista solo dai cavalcavia dell'autostrada e si era fatto un'idea completamente diversa di questa città dai mille palazzoni.

E' una bella città, ma avrebbe bisogno di una gran bella ripulita: immondizia ovunque e muri imbrattati non sono un bel biglietto da visita.
Ho pure visto un topo in pieno centro alle 22 di sera: certo era solo mentre a Roma ho viste intere famiglie... ma mi fa schifo lo stesso!

Il posto di cui mi sono però innamorata è l'Acquario.

Il sito dice che per visitarlo ci vanno 2 ore e mezza. Non credeteci: noi ci abbiamo messo 4 ore.
Quando sarete "immersi" in tutte quelle vasche ritroverete il gusto dello stupore di quando si è bambini!

Acquario di Genova. Lo squalo zebra 

05 aprile 2017

Suicidi in capo al mondo

Suicidi in capo al mondo di Leila Guerriero è stato un bel regalo di marcos y marcos, che ho letteralmente divorato.
Un post condiviso da Federica (@federica_zucca) in data:

Suicidi in capo al mondo è un'inchiesta giornalistica che ha i ritmi, ma non il finale ahimé, di un thriller.

La Guerriero racconta una vicenda davvero accaduta: a cavallo con l'inizio del millennio in una cittadina nel mezzo del nulla patagonico, Las Heras, iniziano a susseguirsi una serie preoccupante di inspiegabili suicidi.

La giornalista, anni dopo. decide di andare ad incontrare i parenti delle giovani vittime per capire se davvero c'è un filo rosso che ha unito tutte queste morti.

Le motivazioni che trova sono diverse ma facilmente riassumibili in mancanza di lavoro o prospettive future, musica metal ed un possibile nesso con una setta satanica, famiglie troppo oppressive o famiglie completamente disgregate.

Sinceramente questo non è il miglior libro che abbia letto sulla Patagonia, il più avvincente o emozionante, ma è quello più vicino all'idea che mi sono fatta dai racconti degli argentini su questa regione.
La Patagonia non turistica è un posto dove molti ragazzi argentini, soprattutto tra la classe media che studia ingegneria, sanno che passeranno qualche anno perché là c'è lavoro per via dell'estrazione del petrolio. Tutti però dicono che ci staranno per un po', per guadagnare e mettere da parte qualche soldo, ma poi scapperanno a gambe levate e torneranno a vivere nelle loro città.
Le aziende al sud pagano molto di più rispetto al resto del paese (ma ad onor del vero la vita è anche molto più cara) per convincere la gente a lavorare in un posto dal clima inospitale, dove il vento spazza via qualsiasi cosa e dove -in sintesi- non c'è nulla.
Un ragazzo mi ha raccontato (quindi chissà se è davvero così!) che gli abitanti di Ushuaia d'inverno, quando la città non è invasa dai turisti, non sapendo cosa fare, fanno in continuazione il giro della cittadina in macchina. D'altra parte la benzina ce l'hanno quasi gratis perché in Patagonia è un bene sussidiato e si trovano in quattro gatti senza nulla da fare.
libri-sulla-patagonia
Suicidi in capo al mondo

Se sognate la Patagonia leggete Suicidi in capo al mondo: se avrete la fortuna di visitarla, come ho fatto io, vedrete dei posti da sogno e difficilmente passerete in posti come Las Heras, ma sapere che esistono vi darà tutta un'altra consapevolezza.

Se ti interessano i libri che parlano di Patagonia ti consiglio anche:
Patagonia ciuf ciuf di Raul Argemì (per chi ama l'avventura)
L'uomo dalla voce tonante di Stefano Malatesta (per chi sceglie la saggistica)
Terra del fuoco di Francisco Coloane (per chi ama i racconti)

02 aprile 2017

La bella e la Bestia


Ancora non avete visto La bella e la bestia? 
Se siete delle principesse che hanno sognato a lungo di indossare un abito giallo da sogno, avere una biblioteca sterminata e trasformare con un bacio un bruto in un principe gnocco.... beh che aspettate a vederlo?

Avete paura di rimanere deluse?
Vi capisco! Io qualche settimana fa mi sono rivista il cartone, cantando a squarciagola con Gino Paoli e Amanda Sandrelli "Ti riporta via come la mareaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa la felicitààààààààààààààààà!"... e mi sono chiesta; "E se sto film fosse solo un'enorme macchina commerciale mangia soldi?"


Vi posso però assicurare che uscirete dal cinema con l'entusiasmo a palla, gli occhi a cuore e persino un po' lucidi!

Ecco brevemente 3+1 motivi per cui il film è stupenderrimo:

  • Hermione  Emma Watson è fantastica: non solo è Bella, non solo è brava, ma è credibile. E' davvero la Bella che avete lasciato nel vostro cuore di bimbe.
  • I costumi sono fedeli a quelli del cartone, ma hanno quel qualcosa in più che li rende veri, che sembra quasi di toccarli.
  • Alcuni atteggiamenti della Bella sono ancora più marcati rispetto al cartone per far capire alle bambine (di oggi e di ieri) che essere autonome, indipendenti e fuori dal coro è un valore aggiunto.
  • Io adoro il Letont del film: da semplice macchietta del cartone nel film trova un suo spazio. Sì Letont è gay ed è innamorato di quel cretino-pallone gonfiato di Gastone, ma tutta la polemica della Malesia che voleva addirittura censurare il film è una follia.
Ed ecco 3 piccole pecche del film, che però non inficiano il risultato:

  • ogni tanto il doppiaggio nel cantato non è proprio perfettissimo.
  • La biblioteca del film è bella, ma molto più reale di quella fantasmagorica e da sogno del cartone.
  • Tra lo Stia con noi del cartone e quello del film non c'è storia: il cartone ha una magia che il film non riesce a riprodurre.
Tra gli effetti collaterali vi segnalo 3 piccoli problemini:
  • una voglia incontrollabile di cantare e ballare in ogni situazione, più o meno così...
  • un'incontenibile propulsione all'acquisto di oggetti indispensabili
Fonte: Disney always with us
  • grasse risate nel vedere le varie parodie del film...
Fonte: Sapore di male

... ma davvero volete rimanere solo voi le uniche a non averlo visto?!?!?

23 marzo 2017

Il giardino di Amelia

Non amo particolarmente la scrittrice cilena Marcela Serrano, ma tra i suoi romanzi che ho letto Il giardino di Amelia, l'ultimo che è uscito, è sicuramente quello che mi è piaciuto maggiormente.

Siamo in Cile nel 1985 la dittatura di Pinochet sta perdendo colpi e la resistenza si fa sempre più organizzata (nel 1986 gli faranno un attentato fallito come racconta Pedro Lemebel nel suo superlativo Ho paura torero). 

A quel tempo Pinochet aveva avuto la brillante idea di spedire i sovversivi al confino in località di campagna sperdute in mezzo al nulla a qualche ora di auto da Santiago del Cile
La Serrano parte da una storia vera: davvero nel paesello dove sua mamma viveva ed aveva una grande tenuta era stato mandato in esilio un confinato. 
Per certi versi mi ha ricordato un po'  Il tempo di Blanca, dove lo schema era quello della principessa e il povero (so che sto semplificando!): lei ricca borghese ma lontana dall'ideologia fascista del dittatore e lui giovane e rivoluzionario e bello e maledetto. 
Per fortuna Il giardino di Amelia non è così angosciante, anche se tratta un tema forte, oltre a quello della dittatura e della tortura: il tradimento del confinato verso la donna che lo stava aiutando.

Il libro inizia con il funerale di Amelia 30 anni dopo quell'episodio e a ritroso ripercorriamo il confino e l'esilio del bel Miguel e il tormento della povera Amelia.

Se dovessi consigliare un libro della Serrano consiglierei questo, ma nemmeno sta volta questa scrittrice mi ha davvero stregato. 

Potrebbero interessarti altri libri di Marcela Serrano:

19 marzo 2017

Agnus dei

Qualche tempo fa avevo letto non-so-più-dove una frase-più-o-meno-così: "le guerre si combattono sul corpo delle donne". L'articolo approfondiva poi quella che è una pratica barbara ma molto comune durante le guerre: gli stupri di massa, che sono allo stesso tempo un modo per umiliare una popolazione tramite l'abuso delle loro donne ma anche un modo schifoso per "infiltrarsi" nel futuro di quel popolo tramite i bambini che potrebbero nascere da quei rapporti.

Per rendere più completo questo quadro, di cui sentiamo comunque parlare nei tg, la visione di Agnus dei può essere illuminante.

Siamo nel 1945, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, in un posto sperduto e non identificato in Polonia. La Polonia per antonomasia è un paese che è stato "stuprato" a destra e manca: prima invasa dai tedeschi e poi occupata dai russi.
In questo convento di benedettine sono arrivati i soldati russi che hanno abusato ripetutamente delle suore, tutte quante da quelle giovani e carine all'anziana madre badessa. Alcune di loro sono rimaste incinte ed ora devono partorire. La madre badessa non vorrebbe coinvolgere nessuno al di fuori del convento in un folle progetto di protezione materna verso le sue sorelle ed evitare loro almeno la vergogna di fronte al mondo di quello che hanno subito.
Una suorina però capisce che un'altra suora rischia la sua stessa vita e di nascosto coinvolge una giovanissima dottoressa francese, che salverà loro la vita e le aiuterà a partorire.

Questo è un film tutto al femminile, dove si miscelano caratteri e caratteristiche differenti di tante donne accomunate da una grande fede, che anche quando traballa di fronte all'orrore subito, decidono di rimanere unite nel convento.

Il finale forse è un po' troppo rosa e fiori , ma alle volte il cinema serve anche per dare speranza.... no?

16 marzo 2017

50 sfumature di nero

Ho visto con le amiche 50 sfumature di nero,
Non avevo visto il "grigio", ma avevo letto il primo libro e qualcuno mi aveva detto che nel secondo capitolo l'imprendibile mr Grey capitola e chiede all'ex verginella di sposarlo!

Potrei lanciarmi in un'analisi sui motivi per cui la saga ha venduto così tanto, su quanto siano piatti i personaggi e su come Anastasia sia la donna più moscia dell'universo!

Potrei dirvi che la trama fa acqua da tutte le parti (memorabile la scena dell'elicottero!!!), che gli attori sono espressivi come due amebe e i doppiatori ci hanno messo la stessa verve che ci mette Maria De Filippi quando fa le telepromozioni.

Invece la mia recensione termina qui: vi dirò solo che io ho dormito alla grande, fino a quando non sono stata svegliata dalla risata fragorosa delle amiche!


12 marzo 2017

Gli ingredienti segreti dell'amore


Appena ho pubblicato questa foto sulla pagina facebook del blog, La lettrice rampante mi ha messo in guardia dicendo che era uno dei libri più brutti che avesse mai letto.

Dopo poche ore mia sorella me l'ha visto in borsa e si è affrettata a ricordarmi che Gli ingredienti segreti dell'amore glielo avevo regalato io e che non si ricordava bene la trama, ma che lo aveva trovato banalotto,

E' da tempo immemore che sostengo che scrivere un buon libro rosa non è cosa facile e questo libro ne è l'ennesima prova: Gli ingredienti segreti dell'amore ha un titolo accattivante, una copertina carina e trama insipida,

La protagonista è di quelle che piacciono a me, un po' Bridget Jones (ma non troppo): è una cuoca di un ristorantino parigino appena mollata e cornificata dal convivente stronzo.
Per puro caso scopre un libro in cui la protagonista è lei, ovvero la ragazza che lavora in un ristorante che è palesemente il suo.
Ovviamente si mette alla ricerca dell'autore, ma l'autore non esiste: è l'editor della casa editrice che ha pubblicato il romanzo in gran segreto con uno pseudonimo.
Come farà Andreas l'editor a conquistare questa ragazza che gli piace un sacco, senza prenderla in giro ma senza nemmeno poter confessare il suo segreto?

Il finale è ovviamente tutto rosa e fiori, ma è anche abbastanza frettoloso... mentre il resto del libro invece non va mai avanti.

Io a mia sorella lo avevo regalato prima di un viaggio a Parigi e quella Tour Eiffel in copertina mi aveva proprio fregato!

Il mio giudizio è negativo: l'unica nota positiva è che ci sono un sacco di riferimenti a locali e posticini parigini a cui uno potrebbe ispirarsi per un viaggetto, ma è troppo poco per giustificarne la lettura.
Grazie a Claudia de Il giro del mondo attraverso i libri per avermi prestato questa foto

08 marzo 2017

Il cliente

A Teheran c'è una coppia giovane, moderna, borghese e felice.
Vivono sereni in un appartamentino, ma a causa di un cedimento strutturale sono costretti ad abbandonare in fretta e furia la loro casa e cercarne velocemente un'altra temporaneamente in affitto.

Ovviamente nella nuova casa non saranno più felici e nemmeno tanto moderni: una sera la moglie viene aggredita da un uomo mentre è sotto la doccia, un po' come Hitchock.

Mentre lei si colpevolizza per aver aperto la porta di casa senza chiedere al citofono chi fosse (dava per scontato che a quell'ora fosse il marito) ma riesce ad elaborare il trauma, lui non riesce ad uscire da questa ossessione.
Scopre che l'uomo che ha ferito sua moglie è un cliente della prostituta che prima viveva in quella casa.

Si trasforma così da uomo moderno, acculturato in uno spietato vendicatore  che vive per rintracciare l'uomo e svergognarlo davanti alla sua famiglia.

Tutta questa tiritera, teoricamente avvincente, dura 2 ore, ad un ritmo lentissimo.
Il cliente mette in luce alcune contraddizioni della società iraniana: la più evidente è vedere un'attrice che a teatro recita la parte della prostituta e urla di essere tutta nuda, ma con indosso cappottino,velo e stivali! Approfondendo si può notare anche come i giovani della borghesia di Teheran si credano moderni ma poi. quando vengono toccati nel loro intimo, ripropongono modelli arcaici e obsoleti.

Quindi, questo film lo consiglio solo a chi è davvero appassionato di Iran e delle sue contraddizioni.
Tutti gli altri, probabilmente,  alla fine del fine usciranno dalla sala scuotendo la testa e ripetendo quello che continuavo a dire io: "'sta roba ha pure vinto l'Oscar come miglior film straniero ed un paio di palme d'oro a Cannes... incredibile!"

Se ti piacciono i film iraniani ti consiglio questi film (che a me non sono piaciuti perché probabilmente non sono affine ai ritmi dei film persiani!):

28 febbraio 2017

Il grande salto


Il grande salto è un libricino sottile, di quelli scritti con una prosa semplice ed immediata, e che si potrebbero leggere nel giro di qualche giorno.
Il grande salto invece non sono riuscita a leggerlo velocemente: non riuscivo a leggerne più che un capitoletto per volta o prima di andare a dormire. E' un boccone amaro, qualcosa che è davvero difficile da digerire e fa star male.

Sidi Moumen probabilmente è un nome che non dice nulla alle nostre menti, ma era un posto assolutamente sconosciuto anche ai marocchini fino al 2004: il classico posto dimenticato da Dio e dagli uomini, nati dall'altra parte del muro.
Alla periferia di Casablanca, città che ho visitato quasi 15 anni fa (e vi consiglio di leggere il post di Francesca), sorge una vera e propria città divisa dal resto del mondo da un muro vero e proprio: la città da una parte e la città-discarica dall'altra.

Per la prima metà del libro ho pensato che le periferie del mondo si assomiglino tutte quante: cambiano le temperature, ma restano le storie di povertà, di violenza bruta e ceca, di impossibilità di cambiare vita e le piccole solidarietà tra vicini che permettono di sopravvivere:
E nonostante la fame dispieghi i suoi tentacoli, serrandogli il collo fino a soffocarli, a Sidi Moumen non uccide perché la gente divide ciò che possiede. Perché misurano a vicenda la loro comune disperazione. Domani sarà il turno di uno. Dopodomani quello di un altro. La ruota gira così in fretta.
Poi arrivano gli sceicchi nel quartiere e lì ho veramente faticato a prender sonno: gli sceicchi sanno come plagiare le menti di ragazzi che non hanno mai avuto nulla, ma soprattutto sanno che non avranno mai la possibilità di avere nulla.
Mi ha colpito molto che siano stati loro a fare uscire fisicamente per la prima volta i ragazzi dalla discarica, fargli vedere la "loro" città e portarli in montagna.

Il libro si conclude con l'attentatore che , giovanissimo, si fa saltare in aria in un hotel a Casablanca nel marzo 2003.

Ho letto l'intervista all'autore, Mahi Binebine, in cui racconta le minacce ricevute in seguito alla pubblicazione del libro ma soprattutto le difficoltà incontrate durante la stesura.
L'artificio di far parlare Yashin da un ipotetico aldilà, gli ha permesso di rendere meno spaventoso il suo protagonista, che in fondo non è altro che un ragazzino che sognava il calcio e che viveva nella spazzatura e ha incontrato le persone sbagliate.
Lo stesso autore spiega con quanta delicatezza sia necessario camminare sul labile confine tra il giustificare l'ingiustificabile e il racconto di quel che è stato.

Io mi sento di consigliarlo solo a chi si avvicina a questo libro preparato psicologicamente a leggere una storia molto dura e cruda.
Assolutamente inadatto a chi si fa facilmente impressionare: potrebbe togliere il sonno.
Piacerà sicuramente a chi non crede che i muri servano a renderci più sicuri.

24 febbraio 2017

Lion

Lion è un film incredibilmente coinvolgente, di quelli da cui non riesci a staccare il pensiero anche a film terminato.

Lion racconta la storia vera del piccolo Saroo, un bimbo indiano che vive in una condizione di povertà vera. Sua mamma cresce da sola 3 bambini e fa un lavoro pesantissimo, suo fratello lavora e si prende cura di lui, così come Saroo ad appena 5 anni deve prendersi cura della sorellina.

Saroo è un bambino felice perché è circondato dall'affetto e dalla protezione di una famiglia che adora.
 A soli cinque anni però finisce sul treno sbagliato e si ritrova a Calcutta, a 1600 km da casa sua, dove si parla addirittura un'altra lingua.
Saroo si salva dai mille pericoli ed insidie della vita della strada solo perché è un bambino molto sveglio e per una gran dose di fortuna.

Il bambino finirà a crescere ancora più lontano da casa: verrà felicemente adottato da una coppia australiana.
Saroo è un giovane universitario quando all'improvviso si ricorda la sua storia e decide di riprendere "la strada verso casa" e ritrovare la sua famiglia biologica, nonostante sia consapevole che ormai i suoi genitori sono la coppia che l'ha cresciuto.
Questa storia vera è straordinaria non solo perché Saroo riuscirà a riabbracciare la sua famiglia ma per il mezzo con cui riesce a trovarli: tramite Google Earth il ragazzo riesce a localizzare il suo villaggio.

La storia è commovente e mi spiace di non aver visto il film a casa per poter piangere in santa pace come una fontana!

E se per convincervi a vederlo non vi fosse bastato leggere la trama, ascoltare il mio giudizio positivo, sapere che il film è candidato a ben 6 premi oscar... beh, forse un ottimo motivo per cedere è il protagonista: l'attore è un gran figone! Tanto che ho proposto a Claudia del blog Il giro del mondo attraverso i libri di iniziare un nuovo progetto: #IlGiroDelMondoAttraversoGliAttoriBoni!

21 febbraio 2017

Che ragazza!

Un post condiviso da Federica (@federica_zucca) in data:
Se "Che ragazza!" è finito sul mio comodino è perché mi sono innamorata di un altro romanzo della stessa autrice, Cathleen Schine, "La lettera d'amore".

La lettera d'amore è un libro che, a ripensarci, non è superlativo, ma è l'unico libro per cui abbia mai sentito la necessità impellente di liberarlo: mi aveva fatto così bene leggerlo che avevo deciso di lasciarlo su una panchina, sperando che lo ritrovasse qualcuno che aveva bisogno di un balsamo per l'anima.
Che ragazza! non ha questo potere, ma è un bel libro: scorrevole, accattivante e brillante.

Fin ha solo 11 anni quando rimane orfano in un piccolo paesino del Connecticut e al funerale della mamma si presenta la sorellastra che lo porterà a vivere a New York.
Siamo negli anni '60  e  Lady, questo è il nome dell'eccentrica sorella, trascinerà il bambino a vivere al Greenwich Village, una zona di New York che in quegli anni era il fulcro della vita culturale alternativa.


Lady è uno spirito libero, ma a 24 anni decide che entro i 25 dovrà assolutamente sposarsi: inizia così un'estenuante e sfinente ricerca del suo uomo ideale, I pretendenti non le mancano e sono disposti a tutto per lei. Fin, che è solo un ragazzino, cercherà di aiutare la sorella, che ormai è tutta la sua famiglia insieme al suo cagnone, a fare la scelta più giusta.

Peccato che Lady si senta soffocare e decida di punto in bianco di scappare da New York e tornare in un posto che aveva amato fin da piccolina: Capri. Mica scema la Lady!
E qui la storia prenderà tutta un'altra piega...

Un libro adatto a chi ama New York, gli anni '60 e le ragazze che in caso di necessità si dimostrano molto più caparbie di quello che appaiono.

17 febbraio 2017

Le case di Chiloé

Anche le case di Chiloè rimandano alla tradizione polinesiana proprio come il curanto, il piatto tipico dell'isola.
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Le case palafitta di Castro
Le case di Chiloè vicino al mare sono fatte a palafitta e le più famose sono quelle di Castro. Immagini di queste case-simbolo le si trova un po' ovunque, anche nei murales di protesta e denuncia.
Queste case erano e sono costruite così per permettere ai pescatori di "parcheggiare" la loro barchetta vicino casa ed averla sempre sott'occhio.

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Murales a Castro, Chiloé
Le case invece più all'interno, quelle non proprio in riva al mare,  hanno tre cose che occhio e croce le accomunano tutte:

  • Le case di Chiloé sono coloratissime, non solo quelle a palafitta,
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Case colorate di Ancud, Chiloè

  • Le case di Chiloè sono fatte di legno, proprio come le Chiese, ma le pareti sembrano rivestite come da tegole.
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Sobrietà!

  • All'interno i cileni amano collezionare di tutto e di più! Questa era la credenza della sala colazione della pensioncina dove ho dormito un paio di notti a Castro: gli altri turisti europei son scoppiati a ridere quando con fare circospetto appena è uscita la proprietaria mi hanno visto scattare questa foto!
Chi toglie la polvere?

  • Ma la vera curiosità delle case di Chiloè è che sono case che "si spostano". Anche con una semplice passeggiata appare evidente che tutte queste casette di legno sono costruite non a raso terra... e mi chiedevo quale fosse il motivo!
Guardare la casa rossa!





















Le case si trovano sopraelevate perché se c'è la necessità con l'ausilio di una decina di mucche e l'aiuto di tutto il vicinato vengono fatte scorrere fino al posto dove serve... comodo no?

14 febbraio 2017

Amore a prima vista

Quest'estate sono stata in Polonia e ho provato a scoprire qualcosa di più di Wislawa Szymborska, una poetessa dal nome impronunciabile, premio Nobel, di cui mi sto innamorando sempre più.


Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da molto tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano –
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno « scusi » nella ressa?
un « ha sbagliato numero » nella cornetta?
– ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso giocava con loro.

Non ancora pronto del tutto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
tagliava loro la strada
e soffocando una risata
con un salto si scansava.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

09 febbraio 2017

Le chiese di Chiloè

A Chiloè, in Cile, uno non ci va solo per mangiare il curanto, il piatto tipico dell'isola.

La vera attrazione artistica dell'isola sono le sue chiese e ci sono dei veri e propri tour che vi portano a visitarle.


Che cosa hanno di così particolare queste Chiese da renderle Patrimonio UNESCO?

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La strada delle 16 chiese di Chiloè

  • Sono totalmente costruite in legno e hanno la particolarità di non avere nessun chiodo all'interno. Lignee non nel senso della foto eh, questa era  in ristrutturazione!
Chiesa di Dalcahue in ristrutturazione nel febbraio 2015
  • Queste chiese non sembrano affatto delle chiese, a partire dai colori. La più colorata ed appariscente che abbia visto è quella di Castro... ma anche le altre non scherzano!
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Chiesa di Castro

  • La chiesa di Castro è grande, anche perché si trova in un centro abitato che è una cittadina, ma ce ne sono altre minuscole che si trovano quasi in mezzo al nulla. Una delle mie preferite è quella di Aucar, isoletta dell'isola e che si raggiunge camminando su un pontile ed è definita l'isola delle anime naviganti.
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L' "ingresso" all'isola della anime naviganti
  • Storicamente queste chiese servivano come punto di ritrovo e riparo contro i saccheggi dei pirati ed è questo il motivo per cui grandi o piccole che siano sono comunque esagerate per la quantità di popolazione che potevano accogliere durante una normale funzione religiosa.

Chiesetta di Aucar
  • Tutte quante hanno delle torri "campanile" molto alte: queste infatti servivano anche come faro per i tanti pescatori dell'isola.
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La chiesa di Tenaun, proprio in riva al mare

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Chiesa di Colo
All'interno della chiesetta il soffitto è un azzurrissimo cielo stellato e sono appese tante barchette

06 febbraio 2017

Igiene dell'assassino

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Igiene dell'assassino è un libro troppo, troppo lungo!
Eppure non ha nemmeno 200 pagine ed è scritto bello grande.

Il problema di questo libro è che le prime 100 pagine servono solo ed esclusivamente per farti capire che il protagonista è un essere schifoso, odioso ed insopportabile.
Tach è un premio nobel per la letteratura  ed è vecchio, obeso e malato: scopre di avere un tumore molto particolare che colpisce solo gli assassini e gli lascerà solo più 2 mesi di vita.  Appresa la notizia, decide di concedere una serie di interviste a dei giornalisti che non vedono l'ora di incontrarlo dopo che per anni si è ritirato a vita privata.
Il ritratto che si delinea di questo uomo viscido è quello di un misogino e misantropo che odia tutto e tutti.
Ci sono anche alcuni spunti di riflessione su che cosa significhi  leggere per davvero: molta parte del romanzo ruota intorno alla questione se è possibile dire di aver letto un libro se non ti ha cambiato almeno un po'.

Poi intorno a pagina 100 arriva l'unica giornalista donna, quella che parte più svantaggiata di tutte perché Tach considera le donne come una grandissima piaga del genere umano, ma, a differenza dei colleghi che l'hanno preceduta, è l'unica che ha davvero letto le opere dello scrittore.
La giornalista ha scoperto che l'ultimo romanzo di Tach, quello che l'autore ha lasciato volutamente incompiuto, in realtà è la confessione di un omicidio e si dedica ad ottenere la confessione del vecchiaccio e tutti i particolari che nel libro non ci sono.

Cosa non funziona di questo libro?
A parte il personaggio volutamente ed eccessivamente pesante, il libro è tutto un dialogo o più precisamente un'intervista.
E dopo un po' (molto poco a dir la verità) io mi sono annoiata tantissimo.


03 febbraio 2017

9 ciliegie

Penisola di Hel, Polonia
Ciao Federica che 9 anni fa iniziavi a scrivere su un blog,
sono la Federica che dopo 9 anni continua a scrivere sullo stesso blog.

Sì Federica, alla fine hai trovato una cosa in cui essere costante: questo piccolo spazio.
Chi lo sa il perché, ma a questo blog ti ci affezionerai ogni giorno di più e anche quando tempo/energie/idee verranno a mancare tu rimarrai sempre attaccata con le unghie a questo albero di ciliegio che hai scelto come casa.

Vorrei dirti di stare tranquilla: niente di quello che stai sognando alla fine si realizzerà.
La cosa divertente è che in fondo non è poi così male: certi sogni 9 anni fa non potevi nemmeno immaginarli.
E oggi mi piace pensare che "il meglio deve ancora venire"...

Buon nono compleanno (+3 giorni) bloggerello mio, quanta strada abbiamo ancora da fare insieme :)



Il vento per soffiare via le nuvole
ha dovuto spingerle fin qui.
[Wislawa Szymborska]

27 gennaio 2017

Curanto: cosa mangiare a Chiloè

C'è un piatto in Cile che potrete mangiare solo a Chiloé e da nessun'altra parte:
"E non sono riuscita a mangiare il curanto!" si lamenta, cercando di conquistare la sua complicità. "Ti assicuro che ti sei persa tante altre cose di Chiloè oltre al curanto..."
[Marcela Serrano, L'albergo delle donne tristi] 
 Il curanto è un piatto strano e molto diverso dalla tradizione culinaria della gente del Cile: sembra assomigli molto a un piatto tipico della cucina polinesiana e questo, insieme ad altre "stranezze" fa pensare che la popolazione originaria dell'isola in realtà arrivasse da delle isolette polinesiane.
Curanto: un piatto di frutti di mare (che in questa foto non si vedono, carne e patate

Per prima cosa è fondamentale sapere che il curanto non si cucina in cucina e nemmeno in una pentola: si fa un fosso in terra e lo si riempie di legna e pietre... quindi difficilmente lo potrete fare a casa vostra.
Quando le pietre saranno bollenti allora "il forno" sarà abbastanza caldo per poter aggiungere a strati  i frutti di mare, la carne e le patate.
I rami intorno al fosso sono di arrayanes, una pianta tipica della Patagonia, e servono per mantenere il calore.
Il coperchio di questo enorme "pentolone" sono delle foglie di nalca, che sono gigantesche.

Si aggiungono ancora uno strato di milcao e di chapalele, che sono delle specie di focaccine di patate.

Ancora uno strato di foglie e sopra si mette un grosso nylon, credo per velocizzare la cottura.
In 45 minuti è pronto: si tolgono le foglie, si prendono i vari strati e si mangia!

Che cosa fare durante quei 45 minuti?
Beh io ne ho approfittato per godere del paesaggio e mangiare una delle cose che più mi manca della cucina cilena (ma che si trovavano con facilità anche nella zona di Mendoza in Argentina): le sopaipilla. Il nome vuol dire letteralmente "inzuppa e prendila" e sono delle frittelle unte fatte con la zucca nell'impasto, sia nella versione dolce che salata. Una squisitezza!
Sopaipilla che bontà!
E il curanto?
Secondo me sa solo di fumo: i frutti di mare sanno di fumo, la carne sa di fumo e le patate che ti portano in diverse varietà (d'altra parte sull'isola se ne conterebbero 250 varietà differenti) hanno tutte lo stesso gusto di fumo.
Vale la pena assistere al procedimento  con cui si prepara il curanto, il risultato è imperdibile ma solo perché nessuno crederà che sei davvero stato a Chiloè se non hai mangiato il curanto!

23 gennaio 2017

L'albergo delle donne tristi

L'albergo delle donne tristi è un libro noioso, inutile girarci intorno.
Marcela Serrano, di cui poco tempo fa ho letto Il tempo di Blanca, mi ha di nuovo deluso.

Protagonista è Floreana, una scrittrice cilena, che ha appoggiato la Resistenza negli anni della dittatura e, dopo la morte della sorella più piccola per un tumore, su consiglio della sorella maggiore abbandona Santiago e si ritira momentaneamente sull'isola di Chiloé.
Qui la aspetta Elena, una psichiatra che ha ereditato un albergo e lo ha trasformato in una specie di clinica dove le donne tristi si curano tutte insieme.
Ovviamente oltre alle sue compagne di permanenza, Floreana incontra anche Flaviàn, il bel medico del paesello con  una storia tormentata alle spalle. I due si piacciono, si guardano, si sfiorano ma sono incapaci di toccarsi per davvero...

Il messaggio di questo libro è bello ed istruttivo: solo prendendo coscienza del proprio dolore, solo buttandosi in altre avventure si rinasce. Solo chi è coraggioso può vivere per davvero e a pieno.
Peccato che solo chi è molto determinato riesce ad arrivare alla fine di un libro che sembra non andare mai avanti.

Questo libro mi è stato regalato da Claudia de Il giro del mondo attraverso i libri e, nonostante non mi sia piaciuto, è stato un ottimo regalo: le sue 250 pagine sono intrise dell'odore salmastro dell'aria di Chiloè.
Una foto pubblicata da Federica (@federica_zucca) in data:

Chiloè è un'isolone al nord della Patagonia cilena e, malgrado io ci sia stata solo 3 giorni (davvero pochissimo) mi ha fatto scoprire una realtà fatta di tradizioni, storie, cibi ed abitudini completamente a se stanti.
pensemos-chiloè-murales
Pensiamo il mondo da Chiloè, non Chiloè dal mondo

Quindi dite grazie a Claudia ed alla Serrano perché nelle prossime settimane salirete con me sul traghetto che porta all'isola....
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Traghetto che collega Puerto Montt ad Ancud

... e questo sarà il programma!

Per partire preparati potete leggere questo vecchio post su Chiloè!

19 gennaio 2017

Slovenia: stranezze by day e by night

La Slovenia è un paese attiguo al nostro, non solo fisicamente ma anche culturalmente.

Ma qualche stranezza l'ho trovata pure qui... al mattino e alla sera :)
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Metelkova, quartiere artistico di Lubiana

Stranezza mattutina:
I bar in Slovenia son diversi dai nostri bar: non sono idonei per fare colazione.
Al massimo puoi fare una pausa, scaldarti. Ma non puoi rifocillarti.
Mi spiego meglio: entri, ti siedi e prendi un caffè (buono come in Italia) o un cappuccino.
Ma le brioche non ci sono. E non ci sono non perché ti sei svegliato tardi e sono finite. Non ci sono proprie.
Esistono ma le vendono altrove.
Quindi a Bled ci è capitato di vedere gente che entrava al bar con la brioche comprata alla panetteria vicino al bar e poi se la mangiava al bar al caldo!
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Castello e Chiesetta di Bled
Stranezza notturna: 
Se volete andare a prendere una birra a Lubiana prima di cena potrebbe capitarvi che vi dicano che fanno solo roba da bere e che non hanno niente da spizzicare, figurarsi delle patatine fritte... ma gli aperitivi li fanno solo in Italia?
E poi vi potranno dire che ci sono prezzi per il giorno e per la notte... come fosse la cosa più normale del mondo!
Inutile dire che l'unica parola imparata in Polonia quest'estate (piwo=birra) mi ha aiutato a orientarmi immediatamente con lo sloveno: qui birra è pivo!
menù per il giorno e la notte
Stranezza nella stranezza:
Durante un pranzo abbiamo ordinato della semplicissima acqua: la cameriera ha portato al ragazzo che era con me un semplicissimo bicchiere mentre a me un bicchiere con la cannuccia!
E dopo quello che mi è successo in Polonia con le cannucce è una cosa che mi ha stupito abbastanza: ma perché la gente dell'est ha questa passione per le cannucce?


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16 gennaio 2017

Paterson

Paterson è un autista di pullman/poeta.
Ha una vita monotona:
- si sveglia sempre abbracciato alla moglie,
- fa la stessa colazione e lo stesso percorso per arrivare al lavoro,
- scrive poesie prima di iniziare il turno,
- chiede al suo capo come sta e poi ascolta le sue lamentele,
- guida per la cittadina,
- ascolta le nuove idee della moglie, un'artista che vuole sempre fare cose nuove... ma poi qualsiasi cosa faccia lo fa sempre nella stessa maniera ossessiva con geometrie bianche e nere (dalle decorazioni dei dolci al comprare una nuova chitarra "colorata").
- porta a spasso il cane dispettoso,
- si ferma sempre allo stesso pub.
Per sette giorni su sette sempre identico e anche la domenica la sua giornata non cambia poi di molto.

Due ore di film sulla pesantezza della vita non potevano di certo avere il ritmo della samba al Carnevale di Rio e riconosco che il regista ce l'ha messa tutta per smorzare la noia con piccole gag che regalano qualche sorriso.

Sette volte la stessa scena, quella della sveglia, sempre uguale con solo la scritta che cambia: Monday, Tuesday... Vi dico solo che quando dopo Sunday ho visto ricomparire Monday ho creduto di morire. Poi per mia fortuna era uno scherzetto del regista!

Se siete particolarmente filosofici il film vi piacerà molto e ne riconoscerete la poesia.
Se siete un po' spicci come me (e le signore che ho trovato nel bagno del cinema finita la proiezione) farete fatica a smettere di sbadigliare!